Cartolina con i miei auguri di felici festività natalizie

 BUON NATALE E FELICE 2018 DAL VOSTRO GIANLUIGICLARINET

 

AUGURI DI BUON NATALE A TUTTI VOI

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“La melodia francese di Gabriel Fauré – trio op. 120 per clarinetto(o violino), violoncello e pianoforte”

copertina trio faure

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Gabriel Fauré

 

 

 

 

 

 

 

 

La melodia francese, per un solo cantante accompagnato dal pianoforte o per due voci e piano, rappresenta indubbiamente il genere più elevato nella gerarchia dei repertori nell’Ottocento e nel primo Novecento. Il suo giusto apprezzamento presuppone una cultura poetica e un amore per il dettaglio spinti all’estremo. I pensieri simbolisti o, i versi poetici tratti da Pierre de Ronsard, (principe dei poeti, come venne definito) o di François Villan ne fanno un genere che può essere considerato innanzitutto letterario. Questa raffinatezza, considerata da alcuni per pochi, spiega come mai la melodia rimanga un genera poco apprezzato dal “grande” pubblico, poiché una parte di questa musica (paradossalmente la parte più eseguita in concerto) molto spesso evita l’espressione di sentimenti diretti. Il talento dell’interprete dev’essere quello di un narratore, l’arte del pianista quello di un’orchestra immaginaria. Lanciata da Gounod e Berlioz, la moda della melodia fiorisce successivamente sia tra i compositori conservatori (Dubois, Massé, Delibes, Paladihe) sia tra quelli innovatori come Chausson, Debussy, Ravel, Poulenc, accanto ai quali troneggia il maestro assoluto del genere, Gabriel Faurè. Egli frequentò all’età di nove anni la scuola di musica classica e sacra fondata nel 1853 da Louis Niedermeyer.

Allievo di Lorent per l’organo, di Saint-Saëns per il pianoforte e Niedermeyer stesso per la composizione, ricevette una formazione eccezionalmente ricca, che gli fece scoprire sia i maestri antichi che quelli moderni. Non stupisce che alla fine degli studi nel 1865 intraprenda una carriera nella musica sacra, la quale lo porta in particolare alla chiesa della Madeleine come maestro di cappella (1877 – 1905) e successivamente organista (1896 – 1905). Parallelamente cominciò a frequentare i salotti musicali brillando per il suo talento di pianista e improvvisatore. Nel 1896 grazie alla sua fama crescente prende il posto di Jules Massenet come professore di composizione al Conservatorio di Parigi, e successivamente ne assume la direzione tra il 1905 e il 1920.

Melodista di rilievo e armonista di stupefacente intuito, Fauré fu uno dei grandi rappresentanti della musica francese tra Ottocento e Novecento, posizione che gli meritò nel 1909 un’elezione all’Institut de France (centro culturale di Parigi, che raggruppa in se ben cinque accademie: l’Accademia di lingua francese, l’Accademia di letteratura francese, l’Accademia delle scienze, l’Accademia delle belle arti e l’Accademia delle scienze morali e politiche). Mente libera e aperta, Fauré fu uno dei fondatori nel 1871 della Societé Nationale de Musique. Chiarezza ed eleganza di linguaggio, purezza e sobrietà della forma, delicatezza e discrezione dei sentimenti, fantasia essenzialmente elegiaca e gusto per l’intimità dell’emozione sono le caratteristiche salienti della musica di Fauré, considerato il più importante e autorevole compositore della Francia post-romantica e pre-impressionista.

Maestro di molti talenti musicali che lasciarono un segno della loro personalità, da Florent Schmitt ad Enescu, da Roger Ducasse a Casella, lo schivo e riservato Fauré si schierò con Debussy, che ammirava ma non amava per diversità di carattere, e con lo stesso Ravel tra gli innovatori dell’arte musicale francese, suscitarono le vivaci reazioni dei conservatori capeggiati da Théodore Dubois, succeduto ad Ambroise Thomas nella direzione del Conservatorio di Parigi. Quando nel 1905 fu chiamato a ricoprire il ruolo di direttore del famoso Conservatorio tenuto dai suoi avversari, Fauré cercò di svecchiare i programmi di studio e mise in atto una serie di provvedimenti riformatori destinati a dare agli allievi una educazione musicale di livello superiore; questa sua opera riformatrice gli valse il soprannome di “Robespierre”, che in fondo non si addiceva perfettamente alla natura raffinata e crepuscolare di questo creatore di squisite e nobili melodie che si distinguono per la purezza e la delicatezza dell’invenzione armonica. La sua opera che non ha nulla di rivoluzionario come quella di Debussy, poiché non ha creato un nuovo stile musicale, si estende in un arco di tempo di oltre cinquant’anni (1870 – 1922) e risente di una evoluzione continua e costante che raggiunge soprattutto nella musica pianistica, in quella da camera e nel fascinoso linguaggio melodico del “Requiem”, le testimonianze più alte della genialità della sua ispirazione.

In particolare nella musica cameristica si possono cogliere alcuni lavori tra i più riusciti di Fauré, in cui riesce ad esprimere in modo efficace quell’intimismo melodico, tra il nobile e il malinconico, caratterizzante l’anima del compositore. Tra i pezzi cameristici vanno messi in evidenza la Prima Sonata per violino e pianoforte (1876), il Secondo Quintetto con pianoforte (1921), messaggio di elevata bellezza lirica, il Trio op. 120 per clarinetto (o violino), violoncello e pianoforte (1923) e il Quartetto per archi (1924), considerato il testamento musicale di Fauré.

Il Trio op. 120 in re minore per clarinetto (o violino), violoncello e pianoforte è il penultimo lavoro di Gabriel Fauré, terminato a marzo del 1923 all’età di 78 anni, un anno prima della morte. Nel mese di settembre 1922, durante un soggiorno in Savoia, Fauré comunica alla moglie di aver iniziato a scrivere un trio per clarinetto, violoncello e pianoforte; tuttavia, a composizione ultimata, non c’è traccia del clarinetto e nemmeno nell’edizione a stampa di Durand. Più tardi si fece cenno ad una possibile alternativa tra il clarinetto e il violino. Il clarinetto, comunque, può eseguire facilmente la parte del violino e presentare il brano in una veste caratterizzata dal suo timbro morbido e luminoso.

La prima esecuzione in pubblico porta la data del 12 maggio 1923;presso la “Societé Nationale de Musique”si esibiscono tre giovani musicisti appena licenziati dal Conservatorio: Tatiana Sanzévitch al pianoforte, Robert Krettly al violino e Jacques Patté al violoncello. Ammalato, Gabriel Fauré non potè assistere alla prima, però, il 21 giugno successivo, assiste all’esecuzione del suo lavoro, eseguito dal celebre trio Cortot – Thibaud – Casals.

Questo trio venne dedicato a madame Maurice Rauvier e si apre con un Allegro ma non troppo che si presenta con una struttura semplice e scorrevole, contrassegnato da una omogeneità di scrittura. I due strumenti (clarinetto e violoncello) o (violino e violoncello), sostenuti dal continuo arpeggiare del pianoforte, si impongono per la loro linea classicheggiante, ricca di progressioni nel contesto di un dialogo fatto di timbri oltre che di spunti melodici.

L’ampio secondo movimento, Andantino, è costituito in forma tripartita, con l’aggiunta di una coda. Si basa su due temi, il primo in tonalità maggiore e il secondo in minore, con una ricerca più accentuatamente cromatica. Nella parte centrale il pianoforte espande la sua cantabilità espressiva, immediatamente ripresa dagli altri due strumenti con un lungo fraseggio ad ottave.

Il movimento finale, Allegro vivo, inizia con un gioco di alternanze fra i tre strumenti, che sfocia nella enunciazione del brillante e vivace primo tema del movimento. I continui mutamenti di tonalità conferiscono a quest’ultimo tempo un carattere di fresca  e spigliata verve musicale.   

Bohuslav Martinu – Sonatina per clarinetto H. 356

Figlio di un calzolaio della piccola città boema di Policka, e campanaro della piccola chiesa di S. Giacomo, il giovane Bohuslav Martinu (Policka, Moravia 8 dicembre 1890 – Liestal, Svizzera 28 agosto 1959) trascorse i primi dodici anni della sua vita guardando il suo villaggio dalla torre della chiesa di S. Giacomo. La memoria di questa visione del mondo rimase impressa nella sua mente per tutta la sua vita, influenzando anche le sue idee di composizione. Infatti come avrebbe detto più tardi, egli stesso, nel corso della sua vita, non erano “i piccoli interessi delle persone, le preoccupazioni, le ferite o le gioie” che vide da quella grande altezza, ma “lo spazio che aveva sempre davanti a se”. 

Quando Martinu iniziò la scuola pubblica, i suoi genitori lo affidarono alle cure dell’insegnante di musica di Policka, con cui iniziò lo studio del violino all’età di otto anni. Proprio il suo primo insegnante fu il primo a vedere in lui il talento musicale e lo incoraggiò a provare a comporre. Per questo Martinu non dimenticò mai il suo primo maestro, che gli indicò la strada e l’obiettivo di diventare un grande compositore.

A sedici anni, Bohuslav venne portato a Praga da sua madre per essere presentato a veri esperti di musica. Il giovane Martinu portò con sé il suo violino e la sua prima composizione: un quartetto per archi. L’esito di questo viaggio fu incoraggiante e, più tardi, entrò nel Conservatorio di Praga. Purtroppo alla fine del suo secondo anno di studio fu espulso per motivi disciplinari. Quindi lasciò il Conservatorio per continuare i suoi studi da solo. Egli lesse, studiò le musiche, partecipò ai concerti, compose ogni giorno e nel contempo si appassionò alla letteratura e al teatro.

Fu con tale intensa disciplina personale e duro lavoro che Martinu fu in grado di crescere musicalmente, per diventare un buon compositore. Così egli in una lettera indirizzata agli insegnanti della scuola di musica di Policka, scrisse, per ricordare agli studenti, che anche lui era stato un giovane studente come loro, e che tutto si può realizzare se lo si vuole veramente e se si ha pazienza per andare avanti. In altre parole, la chiave per realizzare i propri sogni è il duro lavoro.

Il giovane compositore Martinu fu fortunato, poichè in quegli anni Praga era un crocevia della cultura. Si potevano ascoltare opere di Strauss, Bruckner, Debussy, e anche Stravinsky, Schoenberg e Bartok, eseguite nelle sale da concerto di Praga. Anche le sue composizioni iniziavano a cogliere i primi pareri favorevoli tra i musicisti di Praga.

Nel 1913 Martinu ottenne il posto di secondo violino dell’Orchestra Filarmonica Ceca, ruolo che mantenne sino al 1923. In questo periodo perfezionò molto la sua tecnica compositiva, infatti nel 1919 scrisse la “Rapsodia ceca” per solista, coro e orchestra, che venne premiata dalla Filarmonica. Ottenne una borsa di studio nel 1923 e si trasferì a Parigi dove ebbe la possibilità di studiare con Albert Roussel, famoso compositore francese, per due anni.

In Francia, Martinu, incontrò Igor StravinskyArthur Honegger e tutti gli altri del “Gruppo dei sei” (Circolo musicale sorto spontaneamente a Parigi attorno al 1920, che propugnava una musica libera dalle tendenze dominanti dell’impressionismo di Claude Debussy e del wagnerismo, aggiungendovi uno spirito nazionalista che tendeva alla rifondazione della musica nazionale francese). L’incontro con questi compositori e poeti del gruppo, portò Martinu a sviluppare un grande interesse verso le idee dei poeti surrealisti, specialmente come C. Beck, M. Mihalovici, A. Tansman con cui diede vita alla cosiddetta “Scuola di Parigi”, nel 1928 (gruppo di artisti francesi che sostenevano nuovi stili artistico -culturali come postimpressionismo, cubismo, surrealismo, ecc.).

Martinu compose un notevole numero di opere durante i suoi anni di Parigi, sia per l’orchestra, che balletti e musica da camera. Nel 1932 vinse il premio “Coolidge”(celebre Premio annuale di mille dollari, fondato da Elisabeth Sprague Coolidge, eccellente pianista, appassionatissima di musica e benefattrice), grazie ad un sestetto per archi , che gli permise di dedicarsi intensivamente alla composizione. Tra gli altri compositori che vinsero questo premio vanno citati anche Ernest Bloch, G. Francesco Malipiero e Mario Castelnuovo – Tedesco.

Nel 1935 gli venne assegnato un premio di Stato in Cecoslovacchia per un’altra delle sue opere “Il miracolo della Madonna”, ma successivamente nel 1940, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Martinu, fu costretto a lasciare la Francia trasferendosi con la moglie negli Stati Uniti. Arrivato in America nel 1941, all’Università di Princeton (New Jersey), ebbe la cattedra di composizione e insegnò fino al 1943. Qui Martinu dovette lavorare duramente per stabilirsi nel “Nuovo Mondo”, dominando la scrittura sinfonica ed entrando nel cuore degli americani, proprio come aveva fatto un altro compositore ceco, Antonin Dvorak, cinquant’anni prima.

Ripresi i contatti con l’Europa alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Martinu venne invitato ad insegnare composizione al Conservatorio di Praga, ma in seguito a una caduta ebbe una grave forma di amnesia e per questo dovette rinunciare. Gli avvenimenti del 1948 lo indussero a restare negli Stati Uniti dove soggiornò sino al 1953, ottenendo la cittadinanza americana l’anno precedente. Tra i suoi allievi statunitensi ebbe anche il celebre compositore Burt Bacharach.

Martinu visse a Roma tra il 1953 e il 1955 e successivamente si trasferì prima a Nizza e poi a Basilea. Un cancro lo colpì allo stomaco e fu operato alla fine del 1958. Morì pochi mesi dopo, il 28 agosto 1959 a Liestal, in Svizzera.

La sua folta produzione comprende, tra l’altro, una decina di opere teatrali, tra cui “Julietta” (1938), “La commedia sul ponte” (1937), “Il matrimonio” (1953), “La passione greca” (1958). Scrisse inoltre numerosi balletti, 6 sinfonie e composizioni per orchestra, come il “Concerto Grosso” (1937), la sinfonietta detta “La Jolla” (1950), “Gli affreschi di Piero Della Francesca” (1955), “Le Parabole” (1958), oltre a numerosi pezzi vocali e strumentali con orchestra, brani per pianoforte solo e un nutrito catalogo cameristico.

Proprio di questo grande catalogo che il compositore ceco ha dedicato alla musica cameristica, fa parte la deliziosa “Sonatina per clarinetto e pianoforte” H. 356.

Scritta con un carattere musicale gaio e sereno, nella sonatina si nota subito una ricchezza melodica tipica di Dvorak e il neoclassicismo di Stravinsky, racchiusi in questo incantevole ed estroverso brano musicale di dieci minuti. Questa sonatina è un lavoro scritto molto tardi, nel 1956, quando il compositore viveva ormai a New York ed aveva 66 anni. Il brano è una Sonata ridotta, e per questo eseguita come un singolo movimento, nonostante presenta strutturalmente tre sezioni di tempi ben definite:

  • Moderato;  Andante; Poco Allegro

quindi, proprio perchè è una sonata con le tre sezioni ridotte viene eseguita come se fosse scritta in un unico movimento.

  • Il primo movimento è più lungo degli altri due, per la ripresa del tema iniziale e si presenta come  una struttura a forma di suite. Questo movimento è caratterizzato da alcune difficoltà ritmiche sia per il clarinetto che per il pianoforte;
  • Il secondo movimento presenta una melodia dolce e scorrevole affidata al timbro chiaro – scuro del clarinetto;
  • Il terzo movimento è costituito da una vitalità abbagliante del tema, sottolineato anche dalla presenza di note trillate e da un non semplice contrappunto tra le due linee melodiche che domina questo movimento.

Martinu con il suo operato è riuscito a diventare non solo il più grande compositore ceco della sua generazione, ma anche una grande figura internazionale, conosciuta soprattutto per i suoi concerti e la sua musica da camera. La vitalità ritmica e il pronunciato lirismo che esprime nella sua musica ricordano gli stili di Dvorak e Stravinsky. Dopo aver iniziato a scrivere musica sul modello Debussyano, Martinu, una volta trasferitosi a Parigi scelse lo stile d’avanguardia dopo essere venuto a contatto con i compositori del Gruppo dei sei. Quindi successivamente ha sperimentato il jazz, uno stile rapsodico simile a quello di Bartok, e giochi neoclassici nello stile del Gruppo dei sei, ma diversamente da altri compositori è ritornato sempre più verso le sue radici ceche e le influenze folcloristiche attraverso una visione musicale neoclassica.

Cd “Ebanthology” ……risultato finale di un binomio perfetto tra il maestro Antonio Tinelli & il Méditerranée Clarinet Ensemble

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Il 4 marzo scorso ha avuto inizio la pubblicazione di un nuovo progetto musicale in ambito cameristico. La realizzazione di un Cd, dovuta grazie al sinergico lavoro svolto dal clarinettista prof. Antonio Tinelli e dal Méditerranée Clarinet Ensemble. Il Cd intitolato “Ebanthology”, ossia “antologia degli ebani”, curato dalla casa discografica Farelive (www.farelive.com), è stato diffuso su tutti i maggiori networks digitali (Spotify, Amazon, Google Play, iTunes, Deezer).

Il Cd vede cimentarsi il Mèditerranée Clarinet Ensemble, formazione composta da talentuosi clarinettisti, sorta già nel 1999 nell’ambito delle attività didattiche della classe del prof. Tinelli presso il Conservatorio di Musica “E. R. Duni” di  Matera, insieme al prof. Tinelli, nella  veste di direttore – clarinettista  e di solista in alcuni brani. La maggior parte dei clarinettisti del Méditerranée Clarinet Ensemble sono ragazzi musicalmente formatisi nella classe del prof. Tinelli, o che hanno avuto rapporti didattici con lui all’esterno del Conservatorio :  Matteo Mastromarino, Francesco Calabrese, Lucrezia Orlando, Gianluigi Del Re, Luca Montemurro, Giancarlo Mazzone, Raffaella Rizzi, Luigi Mancini, Mattia Cea, Marina Vizziello, Domenico Cetera, Claudio Cossellu e Angelo Porfido. Inoltre la versatilità di questo Ensemble si arricchisce grazie anche alla collaborazione di clarinettisti esterni come il prof. Vito Liuzzi, docente al Conservatorio di Monopoli, nella veste di clarinetto contralto, e Vincenzo Topputi e Pierpaolo Barbuzzi che curano la sezione dei Bassi.

Il Cd consta di  otto brani di cui tre tratti dal grande repertorio sinfonico quali la “Quinta Sinfonia” di Beethoven, la famosa “Eine Kleine Nachtmusik” di Mozart e la Sinfonia dall’opera “L’Italiana in Algeri” di Rossini. A questi si aggiunge la nota colonna sonora del film 8 e mezzo di Federico Fellini, scritta da Nino Rota e un “Ragtime” di Scott Joplin. Completano le musiche contenute nel CD tre composizioni originali per ensemble di clarinetti scritte da due autori contemporanei italiani: Michele Mangani e Simona Riussi. Di Mangani è stata incisa una versione di Summertime di George Gershwin oltre che “Verdiana”, una fantasia su opere di Giuseppe Verdi, mentre della Riussi è stato inciso “Buster”, composizione che si compone di quattro tempi. Tutte le composizioni sono state incise in prima assoluta mondiale.

Approfitto per ricordare agli utenti del web che giovedì 27 aprile 2017, il Méditerranée Clarinet Ensemble sarà in concerto a Chieti presso il Teatro Marrucino per la promozione del Cd “EBANTHOLOGY”.

Ad oggi è possibile ordinare il cd sul sito della casa discorgrafica “Firelive” o da Spotify, Amazon, Google Play, iTunes, Deezer ed infine si potrà acquistare presso la Otrè Wellness Club (Noci) a partire dalla prossima settimana.

 

“Carl Reinecke-Trio in La maggiore op. 264 per clarinetto, viola e pianoforte”

Non molti compositori hanno scritto alcuni dei loro migliori lavori dopo i settant’anni di età, ma CARL REINECKE (1824 – 1910) è uno di questi. Infatti, questo bellissimo trio, un superbo lavoro post-romantico datato 1903, venne completato appena prima del compimento del suo ottantesimo compleanno.

Oggi Reinecke è stato completamente dimenticato, un destino ingiusto per un uomo che eccelleva in virtuosismo in ogni genere musicale in cui si cimentava. Come esecutore (la sua prima esecuzione pubblica avvenne a soli 12 anni), Reinecke venne definito dal pubblico, durante la prima metà del diciannovesimo secolo, come uno dei migliori pianisti concertisti. Come compositore (iniziò a comporre già a 7 anni), fu molto prolifico. Scrisse circa 300 numeri d’opera, in ogni genere corrente, ampiamente apprezzati, da quello operistico a quello orchestrale e cameristico. Come direttore d’orchestra, diresse l’orchestra del Gewandhaus di Lipsia conducendola dal 1860 al 1895. Reinecke fu anche direttore del Conservatorio di Lipsia, contribuendo a renderlo uno dei migliori e degno di ampia considerazione nel mondo.

Come maestro di composizione e di pianoforte, egli venne considerato come colui che aveva pochi eguali. Fra i suoi tanti studenti c’erano Grieg, Bruch, Janacek, Albeniz, Sinding, Svendsen, Delius, Arthur Sullivan, Felix Weingartner, Karl Muck e Hugo Riemann. In quegli anni, Reinecke e la sua musica furono indiscutibilmente considerati di primo livello.

Nacque vicino Amburgo (Germania), nella città di Altona, precedentemente appartenente alla Danimarca. Reinecke venne inizialmente avviato alla musica da suo padre, Johann Peter Rudolph Reinecke, il quale era un insegnante e compositore molto conosciuto all’epoca, autore anche di opere di teoria.

Nel 1845, all’età di ventun’anni, Reinecke iniziò una serie di concerti attraverso l’Europa, nel corso dei quali venne nominato pianista della corte del Re di Danimarca. Mendelssohn, Schumann e Liszt rimasero positivamente impressionati dalla sua tecnica pianistica, tanto che lo aiutarono ad ottenere un incarico come insegnante presso il Conservatorio di Colonia.

Dal 1860 la crescente reputazione di Reinecke fu tale che gli venne offerto un posto come insegnante di pianoforte e composizione, presso il prestigioso Conservatorio di Lipsia (oggi conosciuto con il nome di Hochschule für Musik, ossia Università della musica), fondato il 2 aprile del 1843 da Felix Mendelssohn Bartholdy, il quale ne ricoprì la carica di direttore dal 1843 al 1847.  Più tardi anche Carl Reinecke venne nominato direttore del Conservatorio di Lipsia, ruolo che ricoprì dal 1897 al 1902.

La reputazione e le qualità di Reinecke come insegnante, venne attestata dalla mensione ottenuta, come migliore studente, durante gli anni di studio presso il Conservatorio.

Per molti dei suoi contemporanei, o per alcuni di quei giovani compositori come Bruch, Reinecke  con la sua musica era capace di andare oltre quella di compositori come Mendelssohn e Schumann,  i quali erano gli idoli musicali di quel periodo.

Il Trio op. 264 è scritto per una formazione strumentale utilizzata precedentemente per la prima volta da Wolfgang Amadeus Mozart, per il famoso Trio KV 498 in Mi bemolle maggiore chiamato “Trio dei birilli”. L’inizio di questo Trio presenta un carattere abbastanza cupo, costituito da un’introduzione al primo movimento, di andamento Moderato, che prepara la via alla cellula tematica del primo movimento, che sfocia nell’Allegro dopo alcune battute: I. Moderato – Allegro.

La scrittura musicale che il compositore usa è assolutamente di genere post-brahmsiana. Il materiale tematico impiegato crea un’atmosfera musicale abbastanza tranquilla e riflessiva.

Il movimento successivo: II. Intermezzo – Moderato, è costituito quasi dallo stesso carattere del movimento precedente, ma in uno stile di pastorale, ossia con una semplice liricità espressiva, e con discreti giochi ritmici introdotti dal pianoforte e poi ripresi dalla viola e dal clarinetto. Successivamente, il terzo movimento: III. Leggenda – Andante, ha un carattere triste ma bellissimo armonicamente, il cui tema principale è costituito da una lenta canzone popolare. Il suo carattere predominante è scuro e rassegnato, in cui una grande intensità descrittiva risveglia l’immaginazione dell’ascoltatore.

Il finale, IV. Allegro moderato, risulta essere in netto contrasto con i movimenti precedenti, proprio per la straripante vivacità della sua melodia.

Questo trio è pervaso dagli sviluppi musicali del tardo romanticismo post-brahmsiano, inoltre la sottile ed affascinante differenza timbrica tra il clarinetto e la viola, strumenti dall’estensione quasi simile, viene resa dal compositore con una grande finezza, soprattutto nella scelta dei timbri e delle dinamiche.

Francis Poulenc – Sonata per due clarinetti

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Fino ad oggi esistono circa una trentina di composizioni scritte per duo di clarinetti. Queste composizioni sono ritenute abbastanza difficili nella esecuzione, poiché i livelli di difficoltà vanno dall’intermedio all’avanzato, visto che sono stati scritti soprattutto nel XX° secolo. Solo compositori del XIX° secolo, come Giuseppe Donizetti (1788 – 1856), fratello maggiore del grande Gaetano, Aurelio Magnani (1856 – 1921) e Robert Stark (1847 – 1922), hanno scritto anche per questa formazione. Nel duetto per clarinetti oltre al clarinetto in Si b sono stati anche utilizzati altri strumenti appartenenti alla stessa famiglia, come il clarinetto in La e il clarinetto basso. Chiaramente nelle composizioni del XX° secolo alcuni compositori, dal punto di vista compositivo fanno anche uso di effetti microtonali, frullato, glissato e diteggiatura per i multifonici.

Francis Poulenc è nato a cavallo tra i due secoli (XIX° e XX°) e poiché ha scritto alcuni duetti per strumenti a fiato, tra cui uno bellissimo per due clarinetti, tutt’ora eseguito dai clarinettisti, egli rappresenta colui che ha gettato le basi del duo per strumenti a fiato per le generazioni dei moderni compositori.

Francis Poulenc era un membro del Gruppo dei Sei in Francia, insieme a Georges Auric, Louis Durey, Arthur Honegger, Darius Milhaud e Germaine Tailleferre. Questo gruppo formato da compositori francesi, negli anni precedenti la prima guerra mondiale, rifiutava l’acceso romanticismo wagneriano, le aspre atonalità schoenberghiane, e propugnavano uno stile più naturalistico, spiritoso e leggero nella moderna musica francese.

Le opere da camera che Poulenc ha scritto per clarinetto e che rimangono stabilmente nel repertorio per clarinetto sono: la Sonata per due clarinetti (1918); la Sonata per clarinetto e fagotto (1922); il Sestetto per pianoforte e quintetto di fiati (1932); e la Sonata per clarinetto e pianoforte (1962). Sicuramente, di queste opere, quelle scritte da un giovanissimo Poulenc sono: la Sonata per due clarinetti, scritta a 19 anni, e quella per clarinetto e fagotto, scritta a 23.

Queste ultime sono sonate dalle dimensioni ridotte, quasi musiche d’intrattenimento, che pur mantenendo una certa vitalità giovanile, sono ben scritte.

La Sonata per due clarinetti colpisce, oltre al fatto che è la prima sonata per clarinetto scritta da Poulenc, anche perché è scritta non per due clarinetti in Si b, come era di uso comune all’epoca, bensì per un clarinetto in Si b e uno in La, che pur appartenendo entrambi alla famiglia dei soprani come estensione, il primo possiede un timbro un po’ più chiaro rispetto al secondo. A distanza di un anno (1919) Igor Stravinsky scrisse a Morges (Svizzera) una composizione per clarinetto solo che veniva eseguita con entrambi i clarinetti. La sonata per due clarinetti di Poulenc fu completata nel marzo del 1918, e fu eseguita per la prima volta a Parigi il 5 aprile 1919 in un concerto privato presso lo studio del pittore Ḗmile Lejeune, mentre nel 1945 Poulenc rivisitò il lavoro. Questa sonata venne dedicata ad un suo amico organista, Edouard Souberbielle.

  • Il primo movimento (Presto) è in forma ternaria, con cambi di tempo e dissonanze. In questo movimento, gli ampi salti ripetitivi affidati al clarinetto in La, richiedono un eccellente controllo di tecnica e imboccatura;
  • La struttura del secondo movimento (Andante: molto lentamente) di carattere lirico, può essere rappresentata come A’ A’’, e ogni sezione inizia con le misure dei due temi. In questo movimento sia l’accompagnamento monotono del clarinetto in La che la melodia di quello in Si b, vennero utilizzati dal compositore nell’Interludio del III° atto, seconda scena, dell’opera “Dialoghi delle Carmelitane”.
  • Il terzo movimento è un rondò (velocemente, con gioia),in cui le parti abbastanza impegnative per entrambi i clarinettisti, portano quasi ad una sfida tecnica e del senso ritmico tra i due esecutori. Qui il clarinetto in Si b riveste un ruolo quasi da solista, mentre quello in La ne ha uno più orchestrale.

Francis Poulenc ammirava Igor Stravinsky e questo si avverte in questa sonata, in cui utilizza sia il clarinetto in Si b che quello in La, come lo stesso Stravinsky li utilizzò nei Tre pezzi per clarinetto, in cui i primi due movimenti vengono eseguiti con il clarinetto in La mentre il terzo con quello in Si b. Inoltre Poulenc, qualche giorno dopo la prima esecuzione della sua sonata, inviò la partitura della sonata stessa a Stravinsky, il quale dopo averla visionata e suonata al pianoforte, gli rispose con una lettera in cui si complimentava per la sua bella composizione.

Poulenc ha scritto tante composizioni per diversi strumenti ed il suo stile è unico nel suo genere. Basta ascoltare come egli riesce a far funzionare nella sonata il clarinetto in Si b e quello in La facendoli coesistere insieme e ottenendo grandiose sfumature di colori, in modo tale che la maggior parte dei musicisti ha trovato semplicemente sorprendente tale composizione.